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appuntamenti
Mille piccole luci per salvare
il mondo
Un anno
girando i continenti su una vecchia auto: il
«tour della speranza» di tre giovani francesi
per scoprire le storie sconosciute degli uomini
che fanno crescere il pianeta sfidando il
fatalismo e la miseria La sorpresa: i volontari
sono sempre più dei laici, spesso coppie, e
vanno nel Terzo mondo dopo la pensione Ma anche
gli «indigeni» creano iniziative umanitarie
Di Roberto Beretta
«Ci sono
sempre mille soli al di là delle nuvole». E
allora, se neppure in un proverbio indiano
(quello reso famoso dallo scrittore Dominique
Lapierre) la matematica è un'opinione, devono
esistere - sparse qua e là nel pianeta - almeno
altre Mille città della gioia, mille
giusti per cui salvare la gomorra che spesso il
mondo appare... Et voilà il
postulato aritmetico che ha spinto tre giovani
francesi a intraprendere un singolare e
avventuroso «giro del mondo alla ricerca della
speranza», nonché a narrarlo in un libro di
successo oltralpe e ora tradotto in Italia
chez San Paolo (pp. 248, euro 14).
Christian de Boisredon, Loïc de Rosanbo e
Nicolas de Fougeroux hanno iniziato il periplo
nel marzo 1998, imboccando da Parigi la strada
verso l'Africa a bordo di una decrepita Peugeot
104, e sono tornati 12 mesi dopo dalla parte
opposta, pilotando un'ancor più inaffidabile
Trabant romena... In mezzo, un percorso tra i
continenti alla rincorsa di quegli uomini e
delle donne che - scrivono gli autori - «fanno
avanzare il mondo sfidando il fatalismo nelle
situazioni più oscure». Lapierre, che tiene
a battesimo il volume (pubblichiamo uno stralcio
della sua prefazione in questa stessa pagina),
avrebbe certo detto: alla ricerca delle «luci
del mondo». Esistono, dunque, queste fiammelle o
è puro buonismo raccontare chi spende la vita
«facendo del bene» al prossimo? Senza tentare un
censimento, Christian, Loïc e Nicolas mettono
insieme un catalogo forse un po' troppo
«francocentrico» (nel senso che i volontari
incontrati sono quasi sempre d'origine
transalpina) ma che comunque stupirà gli
scettici: per inventiva, qualità, dedizione.
Volendo trovare qualche carattere comune a
questi «missionari della speranza», poi, si
possono indicare u n paio di tratti emergenti:
sono sempre più spesso laici - anche coppie -
anziché religiosi e sovente si tratta di
anziani, che hanno cominciato la loro attività
umanitaria addirittura dopo la pensione.
Come gli straordinari coniugi
Régnier-Vigouroux, per esempio: lui, Pierre, era
stato in Mali subito dopo la guerra e ci è
tornato con la moglie da pensionato, fondando
un'associazione per lo sviluppo che costruisce
prevalentemente scuole e lavora solo nel raggio
di 25 km dal suo villaggio; i due trascorrono 6
mesi all'anno in patria a cercare fondi,
ritengono realisticamente che la metà di ciò che
hanno realizzato sia già stato distrutto
dall'incuria e dalla corruzione, eppure da 15
anni non mollano la presa... Christian e
Marie-France des Pallières, 60 anni, fanno
qualcosa di simile a Phnom Penh, dove gestiscono
un centro di recupero per 500 bambini che
raccattano rifiuti nella discarica. E a
Cap-Haitien quasi lo stesso succede ai
cinquantenni signori Lepoutre i quali, con prole
ormai autonoma in Francia, nell'isola caraibica
crescono 18 altri «figli» da 1 a 9 anni: ma,
siccome sono tutt'altro che sognatori, si
preoccupano di non fornire i «lussi» che ne
farebbero degli emarginati il giorno in cui
torneranno nel loro ambiente. Colpisce in
effetti il realismo estremo, di questi che si
potrebbero classificare (e ghettizzare...) come
«apostoli dell'utopia» o addirittura «nuovi
santi». Santo uno come Marcello, 12 omicidi alle
spalle, che dal fondo del suo ergastolo nelle
Filippine ha creato un gruppo per i carcerati
tossicodipendenti? O come Benoit
Duchateau-Arminjon, il «praticante non credente»
che ammette di pensare a «Dio come invenzione
dell'uomo» e ciò nonostante ha trascritto il
khmer in braille per aprire la prima scuola di
bambini ciechi in Cambogia? A volte, le
trovate dei militanti della speranza colpiscono
per una concretezza che sfiora l'ingegneristico,
eppure ha tenerissimi risvolti umanitari. Così a
Marrakech, in Marocco, i coniugi cooperanti
belgi Murielle e Marc dirigono un «Centro
energie rinnovabili» che combatte il
disboscamento - tagliare legna genera deserto -
realizzando un sistema per ottenere elettricità
dai rifiuti organici e migliorando il rendimento
calorico dei 2400 bagni turchi del Paese... A
Cuzco (Perù) l'agronomo Fabien Bec ha creato un
laboratorio di farmaci vegetali che esporta
pomate in Europa ed America; a Hue (Vietnam),
l'olandese Marella insegna tecniche di marketing
agli artigiani dei cappelli. E a Santiago del
Cile funziona Contigo (in spagnolo
«Con te»), che eroga 10 mila prestiti l'anno
agli abitanti delle periferie: la banca è nata
12 anni fa dall'idea di due giovani francesi e
coi finanziamenti di un altissimo dirigente di
multinazionale, il quale ne ha vis itato più
volte la sede e ha voluto essere sepolto con una
foto dei suoi «amici» cileni. Non che tutte
le «luci del mondo» siano d'importazione, però;
anche gli indigeni si danno da fare. Prendiamo
Tiémoko Kone, discendente da una tribù nobile
del Mali, che a Bamako ha rinunciato a notevoli
carriere per fondare una radio che diffonde
democrazia e informazioni non "tagliate" dal
regime. Oppure Raquel, consulente familiare
nelle baraccopoli di Manila: la sua
organizzazione non distribuisce nulla, solo
incita e informa i poveri perché cerchino da sé
la soluzione ai loro problemi. O ancora Pierre
Wibgha e la moglie Célestine: lui è ministro in
Burkina Faso, lei dirige un'iniziativa a favore
delle donne. A Niamey (Niger), invece, Maiga
Abdoulaye Balkissa è responsabile di un gruppo
che avvia i ragazzi di strada ai mestieri
ambulanti e riabilita le giovani ssime
prostitute. Certo, le «luci del mondo»
sembreranno avere gli stessi watt di un
cerino... Meglio non sottovalutarle, però: se il
buio è profondo, persino i fiammiferi si vedono
da molto lontano.
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